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Redazione: 09/04/2021

RAZZISMO E SESSISMO, DEMAGOGIA DELL' OMOLOGAZIONE

Pietro Furlan
Pietro Furlan

Derivati del politicamente corretto, razzismo e sessismo alibi per una società atomizzata al servizio del capitalismo globale.

di Pietro Furlan

È in atto ormai da anni un martellamento continuo, un bombardamento incessante, una lotta senza tregua e senza quartiere. È questa la dura vita di giornalisti, blogger, opinionisti, commentatori, pennivendoli vari ed eventuali, tutti insieme appassionatamente intrisi nella melassa del conformismo più acefalo che affonda le sue radici tra il radical chic più borghese e il buonismo ipocrita di un bigottismo laicamente ortodosso. Non vi è infatti giorno in cui qualche solerte esponente di questa nutrita schiera non colga l’occasione di commentare quanto gli accade intorno alla luce di una interpretazione che debba infine, sempre e comunque, instancabilmente ricondursi ai nemici giurati del politicamente corretto. Una rivisitazione del famigerato “piove, governo ladro!” in salsa liberal dove tutto fa brodo pur di tirare l’acqua al mulino di un mainstream globalista post sessantottino che fatica ormai a trovare elementi identitari e che si aggrappa quindi disperatamente alla ricerca affannosa di consensi. Tra gli evergreen mai tramontati nella classifica dei feticci spauracchio dei conformisti liberal spiccano sicuramente razzismo e sessismo. Funzionano (quasi) sempre ed il risultato sul gregge è garantito.

Il primo è diventato da qualche tempo il leitmotiv preferito dagli alfieri del globalismo liberal, versione riveduta e corretta del vecchio internazionalismo da quando i “compagni col rolex” hanno optato per il capitalismo riponendo “Il Capitale” nell’archivio storico. Essi cercano da sempre invano di convincere loro stessi prima ancora degli altri, in nome di un preconcetto squisitamente ideologico privo di basi scientifiche, che le diversità non costituiscano differenze. Nel timore paranoico e sintomatico di una condizione di complessata sudditanza, aborrono non il confronto, ma anche il solo accostamento tra culture, storie e tradizioni di diverse civiltà. In altri termini negano le naturali, ovvie, evidenti e congenite diversità dei popoli nel timore che l’ammissione di queste possa costituire un pretesto per stilarne una classifica, confondendo così un elementare e universalmente assodato concetto di uguaglianza con un bislacco e disastroso egualitarismo che si scontra di continuo con la cruda evidenza dei fatti. Riconoscere le differenze infatti non significa necessariamente affermare che l’uno sia meglio o peggio dell’altro ma tant’è che questi signori sembra non l’abbiano ancora capito. Unico esito certo di tale approccio è la manifestazione di tutta la propria inadeguatezza – vedasi i continui casi di cronaca – rispetto ad un presunto modello di integrazione che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare in Europa e nel mondo. La follia demagogica che si cela dietro siffatta distorta concezione sociale, finanche antropologica, ha portato a derubricare reati commessi da immigrati per arrivare persino talvolta a giustificarli. Si ricorda, ad esempio, quel magistrato che sosteneva la mancata piena consapevolezza che lo stupro costituisca reato da parte di un nordafricano poiché nel suo paese di origine non è ritenuto tale o quella ragazza che tempo fa negò di aver subito violenza sessuale da parte di un immigrato africano per non essere tacciata di razzismo nonostante le prove schiaccianti dei referti medici. Numerosi poi sono gli altri casi ai confini della realtà, oltre l’assurdo, figli della fobia razzista. Dai rappresentanti delle Forze dell’Ordine che spesso si vedono sul banco degli imputati per i modi ritenuti “eccessivi” nello sventare reati ad opera di immigrati clandestini mettendo peraltro a repentaglio la propria incolumità, fino ad arrivare al paradosso in cui il Ministro dell’Interno viene indagato per sequestro di persona e arresto illegale – cosa sia poi un “arresto illegale” effettuato da regolari Forze di Polizia lo sa solo quel magistrato – dopo aver impedito l’ennesima invasione di clandestini sul suolo nazionale e, beffa delle beffe, a testimoniare contro il Ministro sono stati chiamati proprio quegli stessi clandestini.

Cavallo di battaglia cavalcato a spron battuto dalle femministe di mezzo mondo è poi il cosiddetto sessismo, neologismo che già di per sé costituisce un’aberrazione semantica oltre che un evidente nonsense etimologico. Numerosa è la parata delle stranezze figlie dell’ideologia misandrica: dai presunti casi di violenza con tanto di traumi a scoppio ritardato di numerosi lustri ascritti all’ex potentissimo produttore Weinstein, così come le accuse finite in cavalleria rivolte al regista italiano Fausto Brizzi, al caso della giocatrice di tennis Serena Williams la quale dopo essere stata ammonita avrebbe gridato allo scandalo professandosi vittima di una discriminazione sessista con tanto di racchettata in testa al povero arbitro, fino alla follia isterica durante gli ultimi mondiali di calcio in Russia dove venne vietato durante le riprese televisive di soffermarsi troppo sulle ragazze presenti ad assistere alle partite. Forse per questi signori anche Dostoevskij celava intenti sessisti e misogini quando scrisse che la Bellezza salverà il mondo? Restando sempre in Russia, nonostante il morbo femminista faccia più fatica che altrove ad attecchire, recente è il caso di quella ragazza che si aggirava per la metropolitana a San Pietroburgo versando un mix di acqua e candeggina sulle parti intime di ignari malcapitati pendolari (ovviamente rigorosamente solo uomini) colpevoli, a suo dire, di sedersi in maniera scomposta e non adeguata – le femministe lo chiamano “manspreading”-. Recentemente poi, è diventato virale sui social lo sfogo di Aurora Ramazzotti, - figlia di Michelle Hunziker, conduttrice televisiva e suffragetta della terza ondata - a suo dire vittima di “catcalling”, altro neologismo anglofono che per scopi meramente ideologici punta a far passare per illecito ciò che in realtà è senz’ombra di dubbio becera cafoneria, tuttavia non un reato. Lo schema è sempre lo stesso dunque: se la vittima è la donna, il complimento di troppo diventa molestia, la molestia diventa violenza e l’omicidio assume una fattispecie particolare, il cosiddetto “femminicidio”; viceversa, quando la donna da vittima diventa carnefice, allora si invoca la psicologia clinica, la psichiatria, e qualsiasi altro palliativo da prendere in considerazione quale possibile attenuante. Nemmeno il mondo accademico è stato risparmiato da questo genere di follia misandrica come ricorda l’episodio avvenuto nel 2018 riguardante la gogna e conseguente sospensione dal CERN del Prof. Alessandro Strumia, colpevole di aver semplicemente dimostrato che se la maggior parte dei fisici sono uomini è perché banalmente alla facoltà di Fisica si iscrivono più uomini, smontando la consueta narrazione che vuole le donne sfavorite in ambito scientifico.

In realtà razzismo e sessismo costituiscono le facce della medesima medaglia. L’obiettivo ormai nemmeno troppo celato è in entrambi i casi un livellamento coatto, un appiattimento omologante indiscriminato della società che mira ad annullare ogni differenza, sia sociale e culturale – nel caso della paranoia razzista – che di genere – nel caso della fobia sessista –, al fine di poter disporre di una massa uniforme e incolore di individui il più possibile tutti uguali tra loro e quindi sostituibili nonché replicabili; non più persone dunque con una propria coscienza identitaria ma semplici consumatori pronti a farsi sfruttare in un mondo del lavoro che somiglia sempre più ad una giungla senza regole e senza tutele al servizio dei signori del capitale.

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